John C. Hancock
Amore
Se la vita crea la morte
non si forzi la tua sorte.
Amore, libero vento, non macini grano o diamanti e non impasti di pianti il pane del sentimento
ma come un firmamento tutte le cose avvolga e sereno le imbrillanti senza che nulla ti tolga. Non si volga la mia stella
a soggetto di novella.
-Giugno 1936 (Carlo Levi, Poesie Inedite, 119)
Si soleva credere che la gente di Lucania fosse chiusa e fredda di carattere. Lo stesso si poteva pensare di qualsiasi popolo forestiero, ossia un vicino di casa. Qualunque fosse la lacuna che divideva le anime, esisteva ed esiste tuttora un unico modo di colmarla, e ciò era la potenza dell'amore. Un'anima, come una serratura, non si schiudeva al violento scuotimento dell'ira o dell'odio. Nel caso specifico di Carlo Levi, il
potere di pietà risultò essere la chiave per il cuore dei contadini del Mezzogiorno, ed il ponte tra due civiltà diverse.
Malgrado quello che si soleva supporre della popolazione ignorante e grezza, Levi riuscì a ricavarne i tesori nascosti e le bellezze segrete. Essendo stato esiliato da Torino, la città della sua fanciullezza, Levi si trovò poi a Grassano, il 3 agosto 1935. Gli pareva un ambiente del tutto diverso dall'ambiente intellettuale di Torino. La Lucania era al medesimo tempo un mondo antico di tradizioni radicate ed un mondo nuovo di movimenti inaspettati. A mano a mano che la sua passione antifascista confluiva in una sincera curiosità per le assuefazioni contadine, egli si rassegnò alla vita in custodia. Si abituò ai campi brulli, alle squallide catapecchie, ed alla disperata pazienza della povera gente. Dopo il suo soggiorno forzato, quasi si rattristò di ritornare a Torino! (vedi Eboli, 137)
Invece di perturbare o trascurare la gente di Grassano, come avevano fatto molti altri prima di lui, Levi s'infilò oculatamente, come uno spillo fra le dita di una tessatrice esperta, nel tessuto ruvido e raggrinzito della cultura contadina. In questa maniera egli v'intrecciò un filo della sua anima e vi tastò la scabra sofferenza. Lo fece in modo tale da poter aquisire, dimostrare e coltivare la carità.
Né la guerra né le riforme imposte dal governo avrebbero potuto risolvere quello che si veniva chiamato il «problema meridionale»: «cosí la vita e i bisogni dei contadini erano per essi un mondo chiuso, che neppure si curavano di penetrare.» (Eboli, 207) Dunque il primo passo verso una soluzione ai dilemmi economici, politici e sociali fu il solo tentativo di comprendere la situazione reale del Sud. Già prima dell'esilio Levi lottava per la libertà d'Italia. Egli s'interessava già al destino della patria, ma solo dopo aver attraversato la miseria a Grassano, Gagliano ed i paesini circostanti, fu veramente in grado di capire e di penetrare il cuore della gente. L'anelito per il benessere dei contadini lo spronò a curarli ed a servirli.
Di primo luogo Levi dovette capire che cosa s'intendesse per la frase proverbiale «Cristo si è fermato a Eboli», la quale fornì il titolo pel suo secondo libro. Si rischia di fraintendere questa dichiarazione comune dei contadini perché fa riferimento ad una religione che era per loro piuttosto sconosciuta. Nel dialetto regionale la parola «cristiano» significava «uomo». Col passar del tempo, Levi si accorse che i contadini non si consideravano cristiani appunto perché non si stimavano uomini:
Amore
Se la vita crea la morte
non si forzi la tua sorte.
Amore, libero vento, non macini grano o diamanti e non impasti di pianti il pane del sentimento
ma come un firmamento tutte le cose avvolga e sereno le imbrillanti senza che nulla ti tolga. Non si volga la mia stella
a soggetto di novella.
-Giugno 1936 (Carlo Levi, Poesie Inedite, 119)
Si soleva credere che la gente di Lucania fosse chiusa e fredda di carattere. Lo stesso si poteva pensare di qualsiasi popolo forestiero, ossia un vicino di casa. Qualunque fosse la lacuna che divideva le anime, esisteva ed esiste tuttora un unico modo di colmarla, e ciò era la potenza dell'amore. Un'anima, come una serratura, non si schiudeva al violento scuotimento dell'ira o dell'odio. Nel caso specifico di Carlo Levi, il
potere di pietà risultò essere la chiave per il cuore dei contadini del Mezzogiorno, ed il ponte tra due civiltà diverse.
Malgrado quello che si soleva supporre della popolazione ignorante e grezza, Levi riuscì a ricavarne i tesori nascosti e le bellezze segrete. Essendo stato esiliato da Torino, la città della sua fanciullezza, Levi si trovò poi a Grassano, il 3 agosto 1935. Gli pareva un ambiente del tutto diverso dall'ambiente intellettuale di Torino. La Lucania era al medesimo tempo un mondo antico di tradizioni radicate ed un mondo nuovo di movimenti inaspettati. A mano a mano che la sua passione antifascista confluiva in una sincera curiosità per le assuefazioni contadine, egli si rassegnò alla vita in custodia. Si abituò ai campi brulli, alle squallide catapecchie, ed alla disperata pazienza della povera gente. Dopo il suo soggiorno forzato, quasi si rattristò di ritornare a Torino! (vedi Eboli, 137)
Invece di perturbare o trascurare la gente di Grassano, come avevano fatto molti altri prima di lui, Levi s'infilò oculatamente, come uno spillo fra le dita di una tessatrice esperta, nel tessuto ruvido e raggrinzito della cultura contadina. In questa maniera egli v'intrecciò un filo della sua anima e vi tastò la scabra sofferenza. Lo fece in modo tale da poter aquisire, dimostrare e coltivare la carità.
Né la guerra né le riforme imposte dal governo avrebbero potuto risolvere quello che si veniva chiamato il «problema meridionale»: «cosí la vita e i bisogni dei contadini erano per essi un mondo chiuso, che neppure si curavano di penetrare.» (Eboli, 207) Dunque il primo passo verso una soluzione ai dilemmi economici, politici e sociali fu il solo tentativo di comprendere la situazione reale del Sud. Già prima dell'esilio Levi lottava per la libertà d'Italia. Egli s'interessava già al destino della patria, ma solo dopo aver attraversato la miseria a Grassano, Gagliano ed i paesini circostanti, fu veramente in grado di capire e di penetrare il cuore della gente. L'anelito per il benessere dei contadini lo spronò a curarli ed a servirli.
Di primo luogo Levi dovette capire che cosa s'intendesse per la frase proverbiale «Cristo si è fermato a Eboli», la quale fornì il titolo pel suo secondo libro. Si rischia di fraintendere questa dichiarazione comune dei contadini perché fa riferimento ad una religione che era per loro piuttosto sconosciuta. Nel dialetto regionale la parola «cristiano» significava «uomo». Col passar del tempo, Levi si accorse che i contadini non si consideravano cristiani appunto perché non si stimavano uomini:
«Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dell'orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto.» (Eboli, 15)
Pertanto, Levi, che era medico, artista e uomo colto, dovette sforzarsi di capire lo stato disperato e triste dei contadini. Per ribadire una metafora, Levi riuscì ad aprire la porta del cuore della gente perché prima ne cercò la chiave. Era noto ai contadini l'intimo desiderio che Levi nutriva di perorare la loro causa. Nel momento in cui il nuovo dottore mise in atto il suo sentimento caritatevole, il risultato fu sbalorditivo. Non soltanto cascarono le barriere che ostacolavano la comunicazione, ma vi si erse un rapporto di fiducia più forte di quanto si potesse immaginare. L'amicizia tra il gentiluomo del Nord ed i paesani del Sud si fortificò.
Si prenda in esempio il contrasto tra l'affetto di Levi e l'atteggiamento negativo dei signori che si erano già stabiliti nella zona. Il Dott. Gibilisco ed il Dott. Milillo, per citarne solo due, si lagnavano a causa della diffidenza dei contadini nei loro riguardi. Invece di lavorare per badare alle necessità dei contadini, essi faticavano maggiormente per approffitare della loro ignoranza. Sebbene fossero già indigenti, i signori e lo stato li sfruttavano per motivi di lucro. In contrasto, il prigioniero rifiutò di sanare i malati perché gli mancavano l'attrezzatura adeguata ed anche la pratica. Solo quando i contadini lo importunarono venne costretto ad intervenire. Levi fece caso agli odî intensi manifestati nei rapporti dei signori come pure riconobbe l'invidia che i medici provavano per lui. Cionondimeno, egli scansò i bisticci per potersi concentrare sugli aspetti positivi della gente, sulla loro salute e sulla pittura.
Il fatto che la gente preferisse il Levi confinato rispetto agli altri medici del dimostra il sincero interesse che Levi provò pei contadini: paese,
«Le donne dicevano che avevano visto che io non ero, come gli altri, un medicaciucci, ma ero un cristiano bono e avrei guarito i loro figliuoli. Era forse il prestigio naturale del forestiero che viene da lontano, e che è perciò come un dio; o piuttosto si erano accorte che, nella mia impotenza, mi ero tuttavia sforzato di far qualcosa per il moribondo e l'avevo guardato con interesse, e con reale dispiacere?» (Eboli, 42)
Levi non si interessava solamente alla salute fisica degli ammalati. Egli ricercò anche il modo di vivere e le credenze dei suoi compari. Li esaminò con cura, e ne uscì con il pensiero contadino improntato indellebilmente sull'anima. Durante la sua permanenza ad Aliano conobbe le abitudini (ad esempio l'abitudine di proibire gli incontri senza accompagnamento tra un uomo ed una donna), le leggende («il famoso Ninco Nanco»), le superstizioni (come la «capra diabolica» ed i «monachicchi»), le canzoni (alla stagione di Natale si cantavano delle lunghe filastrocche, ma nei campi «i contadini non cantano»), il linguaggio dialettale («Cortopassi cortopassi, ove ti trova, là ti lassi») ed il lavoro («Gli chiesi come andava il suo lavoro, qui a Gagliano. -Male, --mi disse.») dei contadini. Mettendosi nei panni loro, egli poté capire la vita quotidiana della Lucania.
A prescindere della sua conoscenza del loro modo di vivere, Levi non avrebbe potuto esercitare una così grande influenza sugli individui senza l'aiuto di un potere superiore al suo. Questo potere si manifestò sia attraverso la fede dei contadini che negli avvenimenti quasi miracolosi di tutti i giorni. Infatti molti contadini credevano che il cosiddetto «esiliato» fosse «qualcuno piovuto dal cielo». (Eboli, 81) Levi esprimette la sua sorpresa per la guarigione di alcuni casi difficili e pericolosi: «E io passavo di meraviglia in meraviglia, vedendo questi malati, che qualunque buon medico avrebbe giudicato perduti, migliorare e guarire con le cure più elementari. Pareva che mi aiutasse una strana fortuna.» (Eboli, 83) Qui si dice fortuna, invece di Dio, perché nel mondo remoto dei contadini non c'era posto per la religione: «Non c'è posto per la religione, appunto perché tutto partecipa della divinità, perché tutto è, realmente e non
simbolicamente, divino, il cielo come gli animali, Cristo come la capra.» (Eboli, 103) Era proprio questa partecipazione della divinità che facilitò la crescita del loro amore reciproco e concretizzò gli attributi di clemenza nell'anima di Levi. Cristo si è fermato a Eboli insegna dunque che la carità è un dono di Dio, che richiede prima di tutto l'impegno e la devozione sia nei desideri che nelle azioni.
Se la prima tappa ad una comprensione migliore della gente della Lucania sorgeva dall'ardente desiderio di servire, la seconda tappa consisteva nel servizio stesso. In altri termini, il desiderio giovava a preparare sia Levi che i contadini per le opere di grazia. Una volta si stabilì un rapporto di fiducia, la pietà superò inconspicuamente i vecchi impedimenti di comunicazione. Perciò risultava sempre più facile ignorare gli errori dei contadini per poter apprezzare le loro buone caratteristiche: «avevo grandissime preoccupazioni per la sorte dei miei malati e per il senso fastidioso della mia pochezza. La loro straordinaria, ingenua fiducia chiedeva un ricambio: mi avveniva, al mio malgrado, di assumere su di me i loro mali, di sentirli quasi come una mia colpa.» (Eboli, 73)
I semplici gesti di gentilezza, quali il dipingere un quadro per un amico, il visitare una persona sofferente o il regalare un canestro di frutta, scaturirono in felicità incommensurabile, sia per Levi che per i contadini.
Un modo specifico in cui Levi dimostrò l'amore per la gente della Lucania fu tramite il servizio medico. Benché il suo primo paziente morì di malaria, la gente si confidava con lui e gli portava altre persone inferme. A Matera, Levi venne inseguito da una folla di bambini malnutriti ed indeboliti che gli chiedevono elemosine. A Pantano un contadino si ammalò gravamente e suo fratello andò a cercare un medico. Appena ottenuto il permesso, Levi partì con l'intenzione di curare l'uomo morente. La parentela
del contadino pazientava l'arrivo di Levi, come se aspettasse un salvatore, ma egli arrivò troppo tardi: «mi accorsi che non c'era più nulla da fare.» (Eboli, 188) Certamente Levi riuscì a salvare molti contadini, ma la sua arte medica era molto limitata.
Un altro modo in cui Levi accentuò il suo amore per i contadini fu di accogliere ed insegnare ai loro bambini. Ovunque passeggiasse era sempre circondato dai bambini. I ragazzini della Lucania diventarono alcuni dei suoi amici migliori: «entravano liberamente in casa, posavano per i miei quadri, orgogliosi di vedersi dipinti. Si informavano di quando sarei andato a dipingere nella campagna; e arrivavano in frotta a
prendermi a casa.» (Eboli, 178) Un'evidenza del suo sincero affetto per loro fu che si ricordava dei loro nomi, come per esempio Giovanni Fanelli e Michelino. Levi li amò e li lodò: «un buon maestro non avrebbe mai potuto trovare una migliore scolaresca, ne più ricca di una quasi incredibile buona volontà.» (Eboli, 182)
Anche se gli adulti e gli anziani facevano parte di un gruppo meno gradevole dei bambini, Levi li amava nella stessa maniera. L'età non gli era importante. Egli imparò i giochi dei vecchietti, come la passatella, ed ascoltò le loro lamentele senza rimproverarli. Non scherniva le false idee che erano state inculcate nelle loro menti fin dall'infanzia, ma accenò ai loro attributi positivi: «Il loro cuore è mite, l'animo paziente... questa era l'umile Italia.» (Eboli, 121-22) Come prova del suo rispetto per i contadini, chiedeva spesso i loro pareri sulle sue opere artistiche.
Le opere leviane non esigono che l'autore sia stato un sostituto proficuo nelle veci del Signore, ma esse azzardano l'idea che egli fosse stato un simbolo di Cristo. Sebbene avesse delle debolezze, Levi godette delle forze associate alla carità. Seppe perdonare e tollerare. Seppe fare amicizie durature, sopportare il dolore ed evitare le contese. Anche i suoi talenti come medico, artista e scrittore germogliarono nel terreno fertile dell'amore. Questo terreno fecondò, malgrado le arse spine del dolore, un sentimento di gioia e di
tregua:
«La morte era in casa: amavo quei contadini, sentivo il dolore e l'umiliazione della mia impotenza. Perché allora una così grande pace scendeva in me? Mi pareva di essere staccato da ogni cosa, da ogni luogo, remotissimo da ogni determinazione, perduto fuori del tempo, in un infinito altrove. Mi sentivo celato, ignoto agli uomini, nascosto come un germoglio sotto la scorza dell'albero: tendevo l'orecchio alla notte e mi pareva di essere entrato, d'un tratto, nel cuore stesso del mondo. Una felicità immensa, non mai provata, era in me, e mi riempiva intero, e il senso fluente di una infinita pienezza.» (Eboli, 189)
In conclusione, le lezioni tratte dall'esilio di Carlo Levi poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale possono illuminare la via ad una comprensione migliore della gente della Lucania, ed anche della gente della Calabria attuale. Mettendo in rilievo gli aspetti positivi della gente, uno può decifrare più efficaciamente il codice di qualsiasi cultura. L'amore era la chiave per il cuore della Lucania ed è la chiave per il cuore umano.
Fonti di ricerca:
Pertanto, Levi, che era medico, artista e uomo colto, dovette sforzarsi di capire lo stato disperato e triste dei contadini. Per ribadire una metafora, Levi riuscì ad aprire la porta del cuore della gente perché prima ne cercò la chiave. Era noto ai contadini l'intimo desiderio che Levi nutriva di perorare la loro causa. Nel momento in cui il nuovo dottore mise in atto il suo sentimento caritatevole, il risultato fu sbalorditivo. Non soltanto cascarono le barriere che ostacolavano la comunicazione, ma vi si erse un rapporto di fiducia più forte di quanto si potesse immaginare. L'amicizia tra il gentiluomo del Nord ed i paesani del Sud si fortificò.
Si prenda in esempio il contrasto tra l'affetto di Levi e l'atteggiamento negativo dei signori che si erano già stabiliti nella zona. Il Dott. Gibilisco ed il Dott. Milillo, per citarne solo due, si lagnavano a causa della diffidenza dei contadini nei loro riguardi. Invece di lavorare per badare alle necessità dei contadini, essi faticavano maggiormente per approffitare della loro ignoranza. Sebbene fossero già indigenti, i signori e lo stato li sfruttavano per motivi di lucro. In contrasto, il prigioniero rifiutò di sanare i malati perché gli mancavano l'attrezzatura adeguata ed anche la pratica. Solo quando i contadini lo importunarono venne costretto ad intervenire. Levi fece caso agli odî intensi manifestati nei rapporti dei signori come pure riconobbe l'invidia che i medici provavano per lui. Cionondimeno, egli scansò i bisticci per potersi concentrare sugli aspetti positivi della gente, sulla loro salute e sulla pittura.
Il fatto che la gente preferisse il Levi confinato rispetto agli altri medici del dimostra il sincero interesse che Levi provò pei contadini: paese,
«Le donne dicevano che avevano visto che io non ero, come gli altri, un medicaciucci, ma ero un cristiano bono e avrei guarito i loro figliuoli. Era forse il prestigio naturale del forestiero che viene da lontano, e che è perciò come un dio; o piuttosto si erano accorte che, nella mia impotenza, mi ero tuttavia sforzato di far qualcosa per il moribondo e l'avevo guardato con interesse, e con reale dispiacere?» (Eboli, 42)
Levi non si interessava solamente alla salute fisica degli ammalati. Egli ricercò anche il modo di vivere e le credenze dei suoi compari. Li esaminò con cura, e ne uscì con il pensiero contadino improntato indellebilmente sull'anima. Durante la sua permanenza ad Aliano conobbe le abitudini (ad esempio l'abitudine di proibire gli incontri senza accompagnamento tra un uomo ed una donna), le leggende («il famoso Ninco Nanco»), le superstizioni (come la «capra diabolica» ed i «monachicchi»), le canzoni (alla stagione di Natale si cantavano delle lunghe filastrocche, ma nei campi «i contadini non cantano»), il linguaggio dialettale («Cortopassi cortopassi, ove ti trova, là ti lassi») ed il lavoro («Gli chiesi come andava il suo lavoro, qui a Gagliano. -Male, --mi disse.») dei contadini. Mettendosi nei panni loro, egli poté capire la vita quotidiana della Lucania.
A prescindere della sua conoscenza del loro modo di vivere, Levi non avrebbe potuto esercitare una così grande influenza sugli individui senza l'aiuto di un potere superiore al suo. Questo potere si manifestò sia attraverso la fede dei contadini che negli avvenimenti quasi miracolosi di tutti i giorni. Infatti molti contadini credevano che il cosiddetto «esiliato» fosse «qualcuno piovuto dal cielo». (Eboli, 81) Levi esprimette la sua sorpresa per la guarigione di alcuni casi difficili e pericolosi: «E io passavo di meraviglia in meraviglia, vedendo questi malati, che qualunque buon medico avrebbe giudicato perduti, migliorare e guarire con le cure più elementari. Pareva che mi aiutasse una strana fortuna.» (Eboli, 83) Qui si dice fortuna, invece di Dio, perché nel mondo remoto dei contadini non c'era posto per la religione: «Non c'è posto per la religione, appunto perché tutto partecipa della divinità, perché tutto è, realmente e non
simbolicamente, divino, il cielo come gli animali, Cristo come la capra.» (Eboli, 103) Era proprio questa partecipazione della divinità che facilitò la crescita del loro amore reciproco e concretizzò gli attributi di clemenza nell'anima di Levi. Cristo si è fermato a Eboli insegna dunque che la carità è un dono di Dio, che richiede prima di tutto l'impegno e la devozione sia nei desideri che nelle azioni.
Se la prima tappa ad una comprensione migliore della gente della Lucania sorgeva dall'ardente desiderio di servire, la seconda tappa consisteva nel servizio stesso. In altri termini, il desiderio giovava a preparare sia Levi che i contadini per le opere di grazia. Una volta si stabilì un rapporto di fiducia, la pietà superò inconspicuamente i vecchi impedimenti di comunicazione. Perciò risultava sempre più facile ignorare gli errori dei contadini per poter apprezzare le loro buone caratteristiche: «avevo grandissime preoccupazioni per la sorte dei miei malati e per il senso fastidioso della mia pochezza. La loro straordinaria, ingenua fiducia chiedeva un ricambio: mi avveniva, al mio malgrado, di assumere su di me i loro mali, di sentirli quasi come una mia colpa.» (Eboli, 73)
I semplici gesti di gentilezza, quali il dipingere un quadro per un amico, il visitare una persona sofferente o il regalare un canestro di frutta, scaturirono in felicità incommensurabile, sia per Levi che per i contadini.
Un modo specifico in cui Levi dimostrò l'amore per la gente della Lucania fu tramite il servizio medico. Benché il suo primo paziente morì di malaria, la gente si confidava con lui e gli portava altre persone inferme. A Matera, Levi venne inseguito da una folla di bambini malnutriti ed indeboliti che gli chiedevono elemosine. A Pantano un contadino si ammalò gravamente e suo fratello andò a cercare un medico. Appena ottenuto il permesso, Levi partì con l'intenzione di curare l'uomo morente. La parentela
del contadino pazientava l'arrivo di Levi, come se aspettasse un salvatore, ma egli arrivò troppo tardi: «mi accorsi che non c'era più nulla da fare.» (Eboli, 188) Certamente Levi riuscì a salvare molti contadini, ma la sua arte medica era molto limitata.
Un altro modo in cui Levi accentuò il suo amore per i contadini fu di accogliere ed insegnare ai loro bambini. Ovunque passeggiasse era sempre circondato dai bambini. I ragazzini della Lucania diventarono alcuni dei suoi amici migliori: «entravano liberamente in casa, posavano per i miei quadri, orgogliosi di vedersi dipinti. Si informavano di quando sarei andato a dipingere nella campagna; e arrivavano in frotta a
prendermi a casa.» (Eboli, 178) Un'evidenza del suo sincero affetto per loro fu che si ricordava dei loro nomi, come per esempio Giovanni Fanelli e Michelino. Levi li amò e li lodò: «un buon maestro non avrebbe mai potuto trovare una migliore scolaresca, ne più ricca di una quasi incredibile buona volontà.» (Eboli, 182)
Anche se gli adulti e gli anziani facevano parte di un gruppo meno gradevole dei bambini, Levi li amava nella stessa maniera. L'età non gli era importante. Egli imparò i giochi dei vecchietti, come la passatella, ed ascoltò le loro lamentele senza rimproverarli. Non scherniva le false idee che erano state inculcate nelle loro menti fin dall'infanzia, ma accenò ai loro attributi positivi: «Il loro cuore è mite, l'animo paziente... questa era l'umile Italia.» (Eboli, 121-22) Come prova del suo rispetto per i contadini, chiedeva spesso i loro pareri sulle sue opere artistiche.
Le opere leviane non esigono che l'autore sia stato un sostituto proficuo nelle veci del Signore, ma esse azzardano l'idea che egli fosse stato un simbolo di Cristo. Sebbene avesse delle debolezze, Levi godette delle forze associate alla carità. Seppe perdonare e tollerare. Seppe fare amicizie durature, sopportare il dolore ed evitare le contese. Anche i suoi talenti come medico, artista e scrittore germogliarono nel terreno fertile dell'amore. Questo terreno fecondò, malgrado le arse spine del dolore, un sentimento di gioia e di
tregua:
«La morte era in casa: amavo quei contadini, sentivo il dolore e l'umiliazione della mia impotenza. Perché allora una così grande pace scendeva in me? Mi pareva di essere staccato da ogni cosa, da ogni luogo, remotissimo da ogni determinazione, perduto fuori del tempo, in un infinito altrove. Mi sentivo celato, ignoto agli uomini, nascosto come un germoglio sotto la scorza dell'albero: tendevo l'orecchio alla notte e mi pareva di essere entrato, d'un tratto, nel cuore stesso del mondo. Una felicità immensa, non mai provata, era in me, e mi riempiva intero, e il senso fluente di una infinita pienezza.» (Eboli, 189)
In conclusione, le lezioni tratte dall'esilio di Carlo Levi poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale possono illuminare la via ad una comprensione migliore della gente della Lucania, ed anche della gente della Calabria attuale. Mettendo in rilievo gli aspetti positivi della gente, uno può decifrare più efficaciamente il codice di qualsiasi cultura. L'amore era la chiave per il cuore della Lucania ed è la chiave per il cuore umano.
Fonti di ricerca:
D'Amaro. Il mondo di Carlo Levi
Roma: Mancosu editore, 1998
Falaschi, Giovanni. Levi
Firenze: Editrice SpA, 1971
Levi, Carlo. L'invenzione della verità
Torino: Edizioni dell'Orso, 1998
---, Cristo si è fermato a Eboli
Verona: Edizione su licenza della Giulio Einaudi Editore
Oscar Mondadori, 1984
---, Poesie Inedite 1934-1946
Roma: Carlo Mancosu Editore, 1990
Miccinesi, Mario. Invito all lettura di Carlo Levi
Milano: U. Marsia & C., 1973
http://digilander.iol.it/letteratura/Novecento/levi.htm
http://members.xoom.it/newcentury/lucania.htm
http://humanities.byu.edu/FrenItal/department.html
Harrap's Mini Italian Dictionary